Nunzio Vobis
9 gen
Grazie a Francesco Forlani per l’attenzione dimostrata nei confronti di Nunzio Festa e del suo romanzo Farina di sole. Qui l’estratto apparso sul blog Nazione Indiana.
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Grazie a Francesco Forlani per l’attenzione dimostrata nei confronti di Nunzio Festa e del suo romanzo Farina di sole. Qui l’estratto apparso sul blog Nazione Indiana.
27 dic
Da Assedi e paure nella casa Occidente (Pag. 178, euro 10- qui il booktrailer) il racconto Forza Itavia di Ivano Bariani.
Sono nato a Bologna all’alba del 28 giugno del 1980. Dovete immaginare questa data come un piccolo test al volo: cos’è successo in Italia mentre a mia madre si rompevano le acque? (Pioveva, un bel temporale estivo, ma questo non è detto che lo sappiate.)
A metà degli anni Novanta, un professore palermitano aveva avuto un’idea. Aveva costruito un questionario fatto di una trentina di domande a risposta chiusa, e convinto alcuni finanziatori a pagare la sua ricerca. Così era riuscito a sottoporre il questionario, in forma anonima, a trecentomila studenti di terza media, quasi la metà della popolazione studentesca nata nel 1980.
Il questionario serviva a capire che livello di conoscenza avessero i ragazzi della storia degli anni Ottanta.
Il professore qualche anno dopo scrisse un libro, in cui raccontava i risultati della sua ricerca, Il decennio dimenticato, nel quale puntava il dito contro genitori, insegnanti, istituzioni e mezzi di comunicazione. “Stiamo allevando una generazione di spiantati,” scrisse. “Questi ragazzi fra pochi anni voteranno, andranno a lavorare, qualcuno di loro entrerà in politica. […] Quanti credono che siano i più anziani a custodire la memoria di una nazione, si dimenticano che saranno i più giovani a mantenerla in vita.”
Nella sua ricerca, tra le altre cose, si metteva in luce che la stragrande maggioranza dei miei coetanei associava il nome “Ustica” all’esplosione di una bomba, o a un qualche tipo di incidente tragico e misterioso. Qualcuno ricordava che in una certa misura c’entrava un aereo, qualcuno segnò la casella “dirottamento”. Nessuno degli intervistati, comunque, rispose che Ustica era il nome di un’isola.
La sera del 27 giugno 1980 un DC-9 della compagnia aerea Itavia venne abbattuto e precipitò nel Tirreno, tra l’isola di Ustica e l’isola di Ponza, con dentro ottantuno persone. Non sopravvisse nessuno. Nemmeno la compagnia aerea.
Mia madre mi racconta sempre di quando era in ospedale e mi guardava prendere il latte ed era “il momento più bello della sua vita”, ma ogni tanto pensava a tutti quei morti che stavano venendo a galla in mezzo al mare, e a quella povera gente che ancora li aspettava all’aeroporto di Palermo. Mia madre si sentiva come in dovere di pensare anche a loro. Ho capito molto presto che la strage di Ustica è l’esempio lampante di come mia mamma e il mio Paese più in generale si rapportano con la memoria e il senso di colpa. Per non dire la verità e la giustizia.
Ustica, se l’Italia fosse dotata di una qualche psiche, sarebbe il nostro complesso di Edipo. Parecchie cose di questo paese sono precipitate in mare quel giorno, e non sono più venute a galla.
Cara palletta di carne,
sono dieci giorni che tua mamma tiene pronta la tua culla. Io, quando mi hanno detto “il termine scade l’11 di settembre” ho pensato che come minimo arrivavo alla mezzanotte del 10 prima di sentirmi anche solo vagamente pronto. Tipo, dal punto di vista proprio logistico sono appena due ore che in casa c’è abbastanza spazio per far passare una carrozzina nel corridoio senza che inciampi negli scatoloni di libri. Ma con tutte le copertine che adesso stanno sull’attenti lungo la parete io mica lo so quanto reggeremo ancora. Devo assolutamente trovare la voglia di montare quella libreria.
Fondamentalmente, di sbagliato in partenza c’è che gli aerei non dovrebbero scomparire. Gli aerei si alzano in volo e diventano più leggeri dell’aria, incorporei. È ogni volta un miracolo rivederli atterrare, quando toccano il suolo e rientrano nel mondo degli oggetti con un peso. Il volo di quel giorno di giugno si è alzato da Bologna, ma non è mai arrivato a Palermo. Nessuno l’ha visto sparire, perché “l’evento” si è svolto in alto mare, nella semioscurità. A un certo punto, all’aeroporto di Ciampino, ne hanno perso le tracce. A Palermo, dove lo aspettavano i parenti, hanno visto sul tabellone nella sala degli arrivi accumularsi ritardi su ritardi. Il TG aveva detto che “non si avevano più notizie di un DC-9”. Ultimo avvistamento certo, al largo di Ustica. A Palermo, alla quarta ora di ritardo, era cominciata a girare la voce che nei serbatoi del DC-9 non ci potesse stare tanta autonomia, parlando in termini di ore di volo. Poi il pensiero fu immediato, anche per chi non se ne intendeva di aeronautica: detto in altre parole, l’aereo non poteva essere rimasto per aria tanto a lungo. Non sapere dove si trovasse, alla quarta ora di ritardo, equivaleva a immaginarlo sul fondo del mare.
Al TG si videro tutte quelle persone, parenti e amici all’aeroporto di Palermo, seduti su panche minuscole, i visi spaccati in due dalla tensione, eppure a modo loro composti mentre si incolonnavano a due alla volta davanti alle reception della compagnia aerea Itavia. Oppure si attaccavano ai telefoni dell’atrio. “Altri tempi,” li avevo catalogati quando avevo visto i filmati d’archivio; soprattutto per quel che riguardava la rappresentazione di fine secolo del dolore italiano in tv.
La risposta a ogni dubbio era arrivata la mattina dopo. Gli elicotteri sorvolavano un cerchio immaginario di mare, ritagliato a partire dalle coordinate dell’ultimo posto dove i radar avevano segnalato il DC-9. Ed ecco affiorare una macchia di olio, i primi indizi che l’aereo – quello che ne rimaneva – era là sotto. Dopo qualche ora, corpi gonfi che galleggiavano nel blu. Nelle immagini di repertorio, per un effetto di sbiadimento che non si capisce se è dovuto alle ore passate in acqua dai corpi o agli anni passati nella polvere dalla pellicola, le figure a pelo d’acqua sembrano bianche.
Devi sapere, Cosino, che l’11 settembre del 2001 degli aerei sono stati fatti precipitare addosso ad alcuni importanti palazzi americani; ecco che cosa ti sei perso. Sono sicuro che lo studierai a scuola, è stata una cosa che ha spaventato tutto il mondo. Soprattutto perché ha fatto tanta paura agli americani. Ustica, invece, l’aereo civile italiano abbattuto da aerei militari stranieri nel 1980, se va bene lo sentirai nominare soltanto perché è successo mentre io nascevo. È un fatto. Perché vedi, se dici “Italia”, in questo mondo, in automatico ti rispondono tre cose: pizza, mandolino, mafia. È una specie di barzelletta, in questo mondo. Mentre invece tre sono le grandi invenzioni nate in questo Paese: la lotteria, il mare e il lettore di musica portatile. Dovremmo andare in giro a pretendere questo, che alla domanda “Italia?” ci rispondano “Italia, yes! Ombrelloni, lotterie e walkman!” Nel 1980, quando questo Paese ha smesso di contare qualcosa nel mondo, esistevano già tutte e tre, ed erano stati inventati e brevettati qui. Siamo la fucina del concetto stesso di popolo bove. A un certo punto si sono resi conto che questo paese va tenuto sotto anestesia. Se qui il popolino si accorge di essere seduto sul lembo di terra strategicamente più importante di tutto il mediterraneo, hai voglia a fare stabilimenti balneari. Non si troverà più un bagnino neanche a pagarlo a peso d’oro. Un altro modo di dire di questo mondo è “Al contadino non far sapere quant’è buono il formaggio con le pere.”
Un compleanno alla volta, ho imparato quanto contino la memoria e il racconto. Non ci sono altri modi per accettare il fatto che ottantuno persone, ottantuno ipotetici me, giovani e meno giovani, si siano alzati in volo e abbiano attraversato uno scenario bellico degno del miglior Top Gun, un’anomalia inammissibile che li ha scaraventati in un’altra dimensione. Gli speciali del telegiornale, a ogni anniversario da quando ho memoria, provano a raccontare la storia di Ustica da capo. E ogni nuova levigatura narrativa non serve tanto a rendere il fatto accettabile, quanto a dimostrare che in fondo lo si è già accettato. Mentre io crescevo, gli speciali del TG si davano da fare per accompagnare il Paese nel nuovo millennio con la coscienza a posto, perché Ustica era già alle nostre spalle. Grazie alla più imponente seduta psicanalitica della storia nazionale.
A noi ci ha sempre fregato il clima. Eravamo troppo impegnati a correre in spiaggia per capire che razza di Paese poteva essere il nostro. Siamo usciti dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla Liberazione con la testa a ramengo, il Paese spaccato in due metà inconciliabili: un’anima contadina e operaia, che tentava di alzare le proprie vele finché soffiavano gli ultimi refoli della Terza Internazionale, con afflati di grandezza che andavano però a friggere insieme alle cinquemila salsicce ordinate per la prima festa dell’Unità, e un’anima da bottegai democristiani, che invece di presidiarle, piantavano ombrelloni sulle loro spiagge. Da una parte un gruppo che ancora credeva che il risultato degli addendi fosse sempre maggiore della loro somma, e dall’altra milioni di individualisti, in perfetta concorrenza. A muovere questi eserciti di pedine, i due Arconti della Guerra Fredda. In palio c’era il controllo di quella buffa ma determinante portaerei naturale, di traverso nel Mediterraneo, a forma di stivale. Non ridere di me, quando rileggerai questa lettera. Ti sto parlando dell’inizio di un’epoca in cui non si sarebbe fatto un accordo parlamentare senza prima aver fatto un salto in ambasciata americana, a sentire cosa ne pensavano i cugini ricchi d’oltreoceano.
Ormai anche il nostro giornalaio cita Pasolini. Quindi perdonami, però Pasolini già nel 1975 immaginava un futuro diverso per l’Italia. Pasolini sognava di processare la Dc, colpevole di aver lasciato marcire la società. Immaginava come pubblico accusatore ideale di questo processo il Pci, l’unico elemento di onestà in mezzo alla corruzione, l’unico fattore aggregante in una collettività in disgregazione. Ma i comunisti rifiutavano questo ruolo, perché intanto erano impegnati a cercare un accordo con la nuova Dc. In buona sostanza Pasolini continuava a puntare il dito, mentre Berlinguer e Moro si tendevano la mano.
Ho ancora precisissima in testa la visione della registrazione del pubblico ministero e dell’avvocato difensore: gli imputati erano accusati di alto tradimento ma la scena aveva una sua comicità involontaria, come un legal-movie americano girato con due lire. Però ricordo solo i nomi di battesimo – Erminio e Pasquale.
Nello speciale del TG3 si vedeva Erminio il PM buono e tranquillo, che esponeva pacatamente le sue tesi tremende (“Gli imputati hanno volontariamente omesso e nascosto le prove che avrebbero permesso allo Stato di ricostruire cosa è avvenuto al DC-9 quella notte di giugno, compiendo così il suo dovere”) e poi si vedeva l’avvocato della difesa Pasquale che urlava: “Il fatto è, che in Italia, quella notte di giugno, NESSUNO SAPEVA che fine avesse fatto il DC-9. Sia chiaro! Il DC-9 era sparito. Perso da Ciampino. Perso. PERSO. Non visto! PER-SO!” Lo ripeteva proprio tre volte, come un’accusa. Come a dire: “E che si dia una mossa a tornare a casa ché mamma lo aspetta.” Non lo diceva col tono indignato, di chi sta mettendo in luce un’assurdità. Ecco come lo ricordo.
Non lo so se te lo faranno studiare, Aldo Moro. Comunque lui è stato l’ultimo a crederci. L’ultimo politico a voler portare l’Italia alla pari tra gli altri Paesi. Dopodichè, si è pensato soprattutto a portare gli altri Paesi in Italia. Mare, sole, buon cibo. Chi non avrebbe voluto la sua base militare su territorio italiano? Eppure, quali sono le prime tre cose che ti vengono in mente se dici Aldo Moro a un professore di scuola? 1, rapito e ucciso dalle brigate rosse. 2, il compromesso storico. 3, fu presidente del consiglio. Mai nessuno che si ricordi che Moro è stato Ministro degli Esteri. Mai nessuno che lo dica chiaro e tondo che, in piena Guerra Fredda, Moro è stato l’ultimo a prendere l’Italia per mano e accompagnarla al suo posto, alla tavola dei grandi, e senza il grembiule del pizzaiolo addosso. Moro andava a parlare con Gheddafi, faceva incazzare Kissinger, trattava con l’Iran tramite lo Scià di Persia. Cercava, in piena crisi petrolifera, di assicurare al Paese “buoni rifornimenti e buoni prezzi”. Ha fatto dell’Italia, per anni, l’unico paese al mondo a non aver interrotto i rapporti diplomatici con nessun paese arabo.
È una beffa crudele che per farlo fuori abbiano usato le Brigate Rosse, se ci pensi.
Va bene, lascia stare. In fondo, far fuori Moro non fu che la prova generale. La prima vera sfilata del nuovo vestito che avevano preparato per l’Italia fu solo due anni dopo. Solo allora tutti quanti nel mondo furono certi finalmente che gli italiani avrebbero incassato di tutto: se gli abbattevi un aereo e loro nemmeno dicevano “bao”, allora questo era veramente il paese dei mandolini e della pizza. Il gioioso parco giochi della mafia. Cordiali e silenziosi. Gli ospiti perfetti insomma.
Ustica, dice la mia guida turistica, è un’isola senza sabbia. E, quindi, senza spiagge. Chi considera le isole come aree turistiche a galla sul mare, a Ustica si dovrà accontentare dei sassolini di una piccola baia riparata. Una baia di roccia nera mozzafiato, per altro. La mia guida non nomina, nemmeno di sfuggita, che Antonio Gramsci è stato confinato a Ustica, come Ferruccio Parri, Bordiga, e almeno uno dei due fratelli Rosselli. Nelle pagine sulla storia del luogo, la guida riporta soltanto che mafiosi e criminali sono stati confinati sull’isola nel corso degli anni. E che in certi momenti della sua storia Ustica ha avuto più confinati che abitanti. L’economia locale si è mantenuta a quel modo, per un po’: con l’esenzione dalle tasse per i suoi cittadini, e un sacco di manodopera gratuita.
Però, quando nel 1961 venne abolito il confino, la sopravvivenza di questa scheggia di pietra lavica piantata nel mare venne messa in pericolo. Così, sindaco e autorità si guardarono attorno e usarono quello che trovarono, per salvare l’isola.
La scelta ricadde sul loro mare.
Venne organizzata una manifestazione dedicata alle attività subacquee. Durante le celebrazioni, Enzo Maiorca stabilì il suo record di apnea e nel giro di pochi anni Ustica divenne il paradiso delle immersioni. Per il resto, Ustica era rimasta la stessa meta turisticamente insignificante di sempre: due alberghi in tutto, pochi ristoranti, nessuna possibilità di piantare un ombrellone. Il bello era sott’acqua, dicevano tutti.
In fondo, se ci pensate, quest’isola è stata un po’ sfigata. Un aereo è stato abbattuto a venticinque chilometri dalla sua costa, e l’isola è diventata sinonimo di stragi e segreti. Fosse caduto un paio di minuti prima, oggi l’avremmo chiamata “la strage di Ponza”.
È solo una pignoleria terminologica, certo, lo so, una roba per chi ha letto decisamente troppi libri sull’argomento – e decisamente troppi libri su qualsiasi altro argomento per altro inutile – ma lo stesso, il problema rimane.
Ed è inquietante perché, se uno guarda la cartina del disastro, si vede che il ritrovamento dei rottami è effettivamente avvenuto più vicino a Ustica che a Ponza. Ma se invece uno si immagina che l’aereo sia precipitato da settemilacinquecento metri di altezza, e immagina che non sia venuto giù proprio sulla verticale ma in una lunga parabola, allora vede che in realtà ha cominciato a precipitare molto prima del punto in cui ha toccato l’acqua. Ed è là, insomma, che ha incrociato gli altri aerei e la loro piccola guerra segreta: in un punto che si sarebbe potuto tranquillamente chiamare “nei cieli di Ponza”. Allora perché nessuno l’ha mai chiamata così, “la strage di Ponza”, “i misteri nel caso Ponza”?
Forse l’anno prossimo faranno un mausoleo, su a Bologna, per ricordare tutte le persone morte su quell’aereo. Spero che sarà una roba abbastanza grande da potertici portare, quando sarai abbastanza grande da camminare da solo. (Un mausoleo è tipo un museo, ma fatto per ricordare le cose invece di archiviarle.) Magari sarà obbligatorio, per ogni straniero che venga qui in visita. Niente visto d’ingresso se prima non passi dal mausoleo di Bologna. Che si sappia, grazie a cosa sono qui, oggi, a godersi ’sto Paese.
Il relitto del DC-9 dell’Itavia, qualche anno fa, è stato portato in una vecchia stalla per i cavalli che trainavano le carrozze del trasporto pubblico di Bologna. L’edificio storico è stato sventrato, per l’occasione. Il pezzo più grande del relitto ricostruito, il troncone di coda, è stato infilato dentro dal tetto. E poi il tutto è stato richiuso, e trasformato in un mausoleo. Una vera e propria bara su misura, un sarcofago aperto al pubblico. Tutta quanta la vicenda, alla fine, ha assunto l’aspetto di una di quelle lunghissime battaglie per riavere indietro la salma di un proprio caro morto all’estero, o in guerra.
Migliaia di persone sono già andate in visita. Esattamente lo scopo per cui il relitto è stato riportato a casa: perché la gente lo veda. Guardi lo squarcio sulla carlinga e si domandi perché, come, chi.
Sollevare domande è l’unico scopo sensato dei musei. Nella casa di Gramsci, sull’isola di Ustica, c’è una targa con una frase incisa sopra: “Il male non può prevalere, il disordine e la barbarie non possono prevalere, l’abisso non ingoierà gli uomini.”
* * *
28 maggio 2002. Martedì.
I grandi della Terra, i venti rappresentanti delle nazioni più influenti del mondo, l’intero consiglio dei diciannove membri della NATO più il presidente russo Vladimir Putin, si riunisce in una base aerea militare, a trenta chilometri a ovest di Roma, di fronte al Tirreno. C’è il sole.
Il momento è storico: la Russia entrerà a far parte della NATO.
Il luogo scelto come sede del summit è la base militare di Pratica di Mare.
La prima delegazione ufficiale a mettere piede nella base è quella americana, con a capo il presidente George W. Bush. L’ultima è quella russa. Nel mezzo, presidenti e primi ministri di mezzo mondo, da Tony Blair a Jacques Chirac, passando per Gerhard Schröder. Tutti riuniti qui per adottare la Dichiarazione di Roma, con la quale entra in vigore il nuovo consiglio “a venti” dell’Alleanza atlantica. Se la caduta del muro ha segnato la fine della guerra fredda, quelli che vanno in onda oggi ne sono i degni titoli di coda. L’Italia, nei panni di Silvio Berlusconi, sembra essersi fatta in quattro per poterne curare la colonna sonora.
Berlusconi accoglie gli ospiti all’ingresso della base militare. Si è preoccupato lui, personalmente, di tutto. Quando dall’auto nera blindata scende il segretario generale della Nato, Lord George Robertson, Berlusconi allarga le braccia e comincia a far indietreggiare i giornalisti e i fotoreporter. Quando ritiene che siano nella posizione migliore, si volta e va a salutare lo sbalordito Robertson. Più volte, nel corso dell’intera giornata, si rivolgerà a lui chiamandolo “Robinson”.
Mentre intorno ai due uomini scattano i flash, Silvio Berlusconi prende la parola: “Questo matrimonio tra NATO e Russia è stato reso possibile dalle sollecitudini di questo governo italiano,” dice, fissando un punto leggermente più alto delle teste dei giornalisti, per avere l’espressione giusta nelle foto.
“Lasciatemi dire,” continua, “che è una delle giornate più belle della mia vita. Oggi, in questa bella giornata di sole, ricomporremo l’Occidente.”
Sono le 10.30, e il drappello si sposta all’interno per la cerimonia delle firme.
A ogni occasione utile, il presidente del consiglio italiano ha ricordato a tutti di essere stato proprio lui “il grande deus ex machina dell’intero incontro”. Sono giorni, ormai, che indice conferenze stampa per annunciare l’evento, e per spiegare che la scelta del luogo per il vertice è dovuta a fattori storici, quasi filologici: “Fu proprio qui, infatti,” ha ripetuto più volte Silvio Berlusconi, “che secondo la leggenda approdarono Enea e gli altri profughi di Troia. Questo è il luogo dove l’Oriente, che allora era Troia e oggi è la Russia, trovò il modo di fondare una nuova civiltà”.
Agli applausi, Berlusconi aveva incalzato: “Dovete sapere che Enea arrivò qui e, con Lavinia, avviò la sua dinastia con il figlio Giulio.” Alcuni giornalisti più pignoli si annotarono sui loro taccuini: non Giulio, ma Ascanio. Mentre Berlusconi concludeva: “Da cui nacquero Romolo e Remolo.” E questa non ci fu nemmeno bisogno di segnarsela.
In realtà, tutti sapevano che la scelta di tenere il summit nella seconda più importante base militare d’Europa, dopo quella di Ramstein, è dovuta a ragioni più che altro di sicurezza. Berlusconi ha però pensato di infiocchettare armi e sorveglianza con un’allure classica, da Impero romano.
Scenografia e allestimento sono stati affidati a Mario Catalano, l’artista che nel 2000 aveva addobbato la nave “Azzurra” per la sua crociera elettorale lungo dieci porti italiani, già conosciuto per i suoi lavori a “Carramba che sorpresa”, “Sanremo” (edizione Carrà), “Grand Hotel” (con Gigi e Andrea), “Buona domenica”, “Risatissima”, “Amici” e al G8 del 2001 (fu sua l’idea di ricoprire i palazzi di Genova ancora in fase di restauro con delle tele stampate).
L’interno della base militare è ora pieno di statue e stucchi. Tutto rigorosamente finto: il polistirolo e la fibra di vetro regnano sovrani sotto gli archi neoclassici di compensato. Il pezzo principale dell’arredo assomiglia a “una copia cubista del Colosseo” (parole dei giornalisti). Il tutto ricoperto da quattromila metri quadri di moquette azzurra, duemila solo per coprire la sala conferenze; ottocento postazioni per la stampa internazionale, compresi alcuni computer con tastiere in cirillico; divanetti di vimini, cuscini bianchi, sala ristoro e sala mensa, il tutto coperto da veri paracaduti che pendono dal soffitto degli hangar. C’è una “zona rossa” invalicabile, come a Genova. L’intero allestimento è costato circa dodici milioni di euro.
Seimila persone hanno lavorato per un mese, in questo set cinematografico destinato a durare soltanto poche ore. L’intera costruzione è usa-e-getta, e tutte le strutture sono in compensato e altri materiali leggeri, verniciati per sembrare di pietra.
Per aggiungere un tocco di verità, Berlusconi ha quindi chiesto che una ventina delle antiche statue di marmo del Museo di Capodimonte venissero prestate come arredi per la riunione. Hanno scelto alcune veneri, un satiro, amazzoni e muse. Qualcuno dice di aver visto anche un pastore con il suo gregge. I giornalisti ammessi ai lavori di preparazione hanno descritto la cosa come “una Disneyland dei potenti”.
Titanici sono gli apparati di sicurezza, ovviamente. Oltre quindicimila uomini pronti a intervenire, spazio aereo chiuso, controlli serrati, in terra e in mare. Militari e forze dell’ordine, agenti di sicurezza americani, un aereo radar Awacs costantemente in volo, batterie di missili in postazione, un cacciatorpediniere al largo della costa. Pesantissime le ripercussioni sul traffico aereo civile. L’Alitalia ha sospeso tutti i suoi voli, durante il summit.
E il giorno prima, mentre alla base di Pratica di Mare si stavano facendo le prove cronometrate per l’atterraggio e il decollo dei singoli jet privati di ogni capo di stato, Berlusconi ha ospitato Bush a cena. Una cena “tra amici”, ha precisato Palazzo Chigi in una nota ufficiale, prima dell’incontro a Pratica di Mare. Nel corso della cena, il tenore Andrea Bocelli ha intonato alcune canzoni popolari napoletane, come Torna a Surriento e Te vurria vasa.
In fondo, il clima della riunione è più leggero di quel che si potrebbe immaginare. Questi potenti sanno anche scherzare. Putin, durante una delle fasi più importanti della cerimonia di ingresso del suo Paese nella NATO, dichiara: “La Russia non è mai stata così forte come avrebbe voluto essere, né così debole come molti volevano che fosse.” Quindi sorride. “Propongo di chiamare il Consiglio a venti Casa dei Soviet.”
Segue un istante di gelo.
I giornalisti smettono di scrivere, qualcuno riflette se è il caso di riavvolgere il nastro, al tavolo delle autorità arriva la traduzione in cuffia e sul volto di più d’uno si dipinge un’espressione sconvolta.
Poi, qualcuno finalmente sorride. Quel burlone di un Putin, coi suoi giochi di parole. “Soviet”, in russo, vuol dire “Consiglio”, spiegano i traduttori simultanei.
La sala esplode in una risata generale. Lord Robertson non si scompone e dichiara ufficialmente che si trattava di una battuta: “Non vorrei che venisse registrata come una vera decisione.”
Altre risate.
Alla fine della cerimonia, pranzo tricolore: pennette ai pomodorini, mozzarelline, basilico. Una scusa per estromettere i giornalisti, nessuno accreditato per il cibo al tavolo e quindi tutti invitati ad accomodarsi al ricco buffet esterno, dove si gode meglio dello spettacolo delle Frecce Tricolori. Scopo della manovra: allontanare i giornalisti dal momento meno “ufficiale” dell’incontro.
L’ultima dichiarazione alla stampa è sempre di Robertson: “I nemici di ieri sono gli amici di oggi.”
Poi, i potenti salgono su un convoglio di autoblindate, e spariscono nei meandri della base militare di Pratica di Mare.
C’è un breve momento di confusione nel piazzale principale e in sala stampa. Nessuno sa niente di questa ultima parte della cerimonia. Poi, finalmente, qualche giornalista fa due più due e la voce si sparge in un istante: i venti leader NATO stanno andando in un hangar isolato, l’ultimo verso il mare, quello in cui è conservato il relitto del DC-9 recuperato a Ustica.
I capi di stato smontano dalle auto, pochi minuti dopo, nel sole accecante del pomeriggio. Non ci sono statue in quest’area della base. I giornalisti, a piedi, non li hanno ancora raggiunti, così loro entrano indisturbati nell’hangar.
Dalla porta si accede direttamente all’ambiente principale del capannone. Gli occhi si abituano al cambio di luce e alla fine appare l’aereo. Quello che ne rimane.
I venti leader e i pochi uomini della sicurezza restano in silenzio: sulla faccia dei primi, si dipinge lo sguardo misterioso di chi prende decisioni, quando viene messo di fronte agli effetti di quelle decisioni.
Il relitto sembra una di quelle carcasse di insetti che trovi a volte in terra, divorate dalle formiche. Rimane solo una specie di scorza esterna. I pezzetti di lamiera erano stati incollati uno accanto all’altro, su una gabbia a forma di aereo. Il risultato era quella specie di puzzle incompleto, dall’aspetto leggerissimo. Al netto di ogni componente in gomma, pelle o altro materiale non metallico, che il mare si era portato via negli anni. La parte più impressionante è il troncone di coda, una struttura rimasta perfettamente intatta, che svetta e si apre contro la volta dell’hangar, come il crocifisso laico di un ingegnere megalomane.
È un momento solenne, anche se non sono previsti discorsi. In realtà, lo scopo della visita non è chiaro a nessuno. È stato di nuovo Berlusconi ad aver insistito perché la giornata si concludesse lì. Gli altri leader presenti non avevano avuto modo di chiedergli ragione della scelta.
Silvio Berlusconi era sempre sembrato perfetto per fare la sua parte. L’uomo più adatto per quel ruolo: mantenere un’intera nazione sotto anestesia. A differenza di come la pensavano in molti nel mondo, Berlusconi non rappresentava l’anomalia italiana; Berlusconi era soltanto un effetto di un’anomalia italiana di ordine maggiore. Berlusconi era un utile disonesto, con un tornaconto personale, scelto per guidare il Paese più pericoloso del mondo.
Però, davanti al relitto del DC-9, molti ebbero paura che Berlusconi li avesse portati lì solo per presentargli il conto. Molti dei capi di stato presenti pensarono: “Cazzo, alla fine anche il nanetto s’è svegliato”.
L’imbarazzo generale venne invece disinnescato proprio dall’uomo che tutti stavano sbirciando dentro l’hangar.
“La politica è una brutta cosa,” disse Silvio Berlusconi. E uno della sicurezza tradusse rapidamente in inglese. (Questo rivelava che la faccenda era stata organizzata prima, pensarono gli altri presenti.) “Che me ne importa della politica,” continuò. “Beh amici, io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due passeggeri, due signori eleganti, che erano in volo su un aereo di linea. Uno di questi signori dormiva tranquillo e l’altro stava al suo posto e guardava dal finestrino. Allora a un certo punto il passeggero sveglio si accorge che c’è una gran perturbazione e l’aereo comincia a traballare. E allora questo passeggero impaurito domanda a una hostess: ‘Ma siamo in pericolo?’ E la hostess gli dice: ‘Non voglio spaventarla, ma se continua questo tempo, l’aereo tra mezz’ora cadrà’. Allora il passeggero sveglia il suo vicino compagno e gli dice: ‘Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo tempo, tra mezz’ora l’aereo cadrà!’. E quello si gira dall’altra parte e gli risponde: ‘Che me ne importa, non è mica mio!’.”
Gli uomini nell’hangar sorrisero. Tutti a parte Chirac, che rimase molto serio, e Bush, che fece una smorfia di circostanza, sperando di ricordarsela anche dopo, quando avrebbe chiesto a qualcuno del suo entourage di spiegargli che cosa voleva dimostrare Silvio con quella visita assurda.
Quando finalmente uscirono alla luce del giorno, i giornalisti li assalirono.
Qualcuno domandò cosa si erano detti là dentro. Qualcun altro chiese perché proprio quell’hangar, perché proprio adesso. E se non fosse per caso venuto il momento di fare chiarezza, sulla strage di Ustica. Se non fosse ora di rendere pubblico se era stato un missile o no, e chi l’aveva sparato quel missile, e chi guidava gli aerei che erano in cielo il 27 giugno, e cos’era successo ai tracciati radar militari di quella notte.
Berlusconi tolse i suoi colleghi dall’imbarazzo di rispondere. Si fece avanti nel gruppo e raccolse attorno a sé quasi tutti i microfoni e i registratori presenti. “Ma che volete che vi dica?” domandò, sorridendo. “È passato tanto di quel tempo. Voi mi state chiedendo di cose successe ventidue anni fa! E poi, per queste cose, ci sono i tribunali, non la politica. Io non conoscevo nemmeno mia moglie, allora.”
Qualcuno, dal fondo, urlò: “Avete ripescato il relitto, ma la dignità di questo Paese è ancora in fondo al mare!”
E lui, salutando sorridente: “Sa cosa le dico? Forza Itavia!”
I giornalisti più vicini risero. Si annotarono la battuta.
Poi cominciarono i saluti delle autorità e i ringraziamenti di rito a Silvio Berlusconi, per l’accoglienza e per la splendida giornata di sole. Era sempre una gioia essere ospitati sulla bella costa italiana. Su questo furono tutti d’accordo.
* * *
È indispensabile che tu abbia una cultura di base decente, in questo campo. Quindi rileggi queste pagine, non te la prendere, io sono un giovane trombone ma prima o poi tu capirai l’importanza di tutto questo.
Stasera, dopo che ho portato al bidone della carta gli ultimi scatoloni vuoti, ma prima di fare la doccia, ho ascoltato la pancia della mamma e ti ho sentito il cuore. Lo distinguevo da quello della mamma perché andavi a tipo tre volte tanto la sua frequenza, come se fossi tutto su di giri. Apprezzo molto tutto sto entusiasmo, devi saperlo. In bocca al lupo, non lasciarti ingoiare, perché la storia non finisce qui.
Comincia ora il secondo tempo.
22 dic
E’ disponibile Qualcuno era un po’ grasso, romanzo d’esordio di Mattia Filippini. Di cosa parla? Del dietrologo che c’è in ognuno di noi, di come la realtà possa benissimo non essere la realtà e anche e soprattutto di Bologna, questa città che allo stesso tempo ti esaspera e ti allieta. Ah, parla anche di una gamba rotta e di un misterioso Osservatore.
Quarta di copertina: “Al negozio di animali m’è venuto uno scetticismo che mi si è imbalsamato sulla faccia, non andava piu’ via. Cosa hai? mi chiede mio fratello Giacomo, Hai le lune? Tutti i cani abbaiavano, i gatti miagolavano, i serpenti sibilavano, nel negozio il venditore fumava una sigaretta dietro l’altra al bancone mentre sfogliava un giornale. Mi guardo attorno e l’unica cosa che vedo sono vetrine di animali sporche come quelle che ci sono alle poste dietro le spalle di quelli seduti che aspettano il loro turno, con l’unto delle loro teste incrostato sulla vetrina. Poi in un angolo ho visto l’unico animale che non faceva rumore, non stava neanche in una gabbia, guardava fuori da una finestra e sembrava non gliene fregava niente della situazione.
Ho detto a mio fratello: Voglio quello.”
Estratto: “C’è un’ignoranza, ma un’ignoranza tale, che se si raggruppa un buon numero di persone e le si mette tutte in un posto, se c’è bel tempo, tutta la loro ignoranza la si puo’ vedere dallo spazio.
Per esempio, questa ignoranza la si scorge nella sua completezza nel modo di viaggiare che si è diffuso negli ultimi dieci anni. Andare in aereo è un fatto che se una persona ragionasse a mente lucida non puo’ altro che essere una cosa fasulla: ti fanno sbrigare tutta una trafila snervante per abbassare la tua soglia di attenzione, ti prendono e ti mettono assieme ad un altro centinaio di persone all’interno di questo tubo asfittico.
Ti fanno credere che i finestrini siano veri finestrini. Invece sono schermi. Proiettano paesaggi che cambiano e si muovono, il decollo, l’atterraggio; ancora piu’ facile è un viaggio notturno: in questo caso servono solo delle banali luci disposte secondo un ordine teso a riprodurre le vie delle citta’.
La realta’ dei fatti è che il teletrasporto è stato inventato, ma non vogliono che si sappia. Dentro quel tubolare di metallo ti inducono a pensare che il tempo passa, per esempio con un sudore appiccicaticcio che si stende sulla fronte delle hostess o con gli odori di mandria che vengono diffusi nell’aria. Invece, pur non sapendolo, sei gia’ arrivato a destinazione. Istantaneamente. Ti fanno rimanere seduto quel tanto che basta a far passare due, tre ore, in base alla meta prevista.
Per verificare questo fenomeno è necessario usare il criterio di falsificabilita’ teorizzato dal famoso Popper. Una teoria, per essere controllabile e scientifica, deve essere falsificabile: secondo logica, dalle sue premesse di base devono poter essere deducibili le condizioni di almeno un esperimento che la possa dimostrare integralmente falsa alla prova dei fatti.
Dunque, saltuariamente, un gruppo di potere prende una struttura metallica in lamiera con le sembianze di quella che la credenza comune ritiene essere la forma di un aereo, e la fa schiantare contro una montagna. In seguito i mass media danno notizie in continuazione sul fatto, in modo che sembri che gli aerei cadano tutti assieme ed in continuazione: se un mezzo non è sicuro deve essere per forza reale. E questa è la simulazione.
La simulazione è il processo con cui la gente comune viene plagiata. E’ una sorta di finzione totale completamente aderente alla realta’ e che si batte per sostituirla. L’ultimo plagio che è stato soggetto dei miei studi è il libro “Smettere di fumare”. Venduto in ogni libreria, nelle edicole, nelle stazioni, questo libro apparentemente da’ alcune indicazioni su come terminare la dipendenza dalle sigarette. Il suo scopo è pero’ un altro.
L’autore: Mattia Filippini è nato a Brescia nel 1984. Ha scritto racconti per molte riviste, tra cui Tèchne di Paolo Albani, e per l’antologia 30 secondi di Universo edita da Marcos Y Marcos. Lavora nella redazione di Tupolev!, la rivista che cade circa una volta all’anno.
Pagine 104, euro 10.
6 dic
3 dic
Piovono recensioni per il nuovo libro di Luigi Bernardi.
Barbara Gozzi su Solo;
Giulia Guida per Gli Analfabeti;
Mary Zarbo su Literaid;
Antonio Celano su Stilos.
120 pagine 10 euro. Spese postali 0.
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