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Una casa editrice avrei voluta metterla su vent’anni fa, ma evidentemente non era ancora quello il momento. Forse non sapevo come fare, forse non potevo permettermelo. Oggi è diverso, la tecnologia costa poco, l’informazione è ovunque, il flusso di scrittura incolore e monodirezionale imposto dalle grandi case editrici può finalmente essere combattuto. E anche ammettendo che del settore editoriale abbia ancora una conoscenza incompleta e poco strutturata, beh, tanto meglio. Per dirla con le parole di Frans Johansson, in queste condizioni “la probabilità di riuscire a innovare efficacemente è maggiore”.

Pesci grandiQualcuno dirà: ancora micro-editoria senza sbocchi, un nuovo fallimento annunciato. E a buona ragione. Perché pochi marchi editoriali controllano ormai una fetta consistente del mercato. E quel che è peggio hanno capito che è molto piu’ redditizio controllare il sistema di distribuzione che coltivare gli scrittori. Controllano la promozione e il marketing, sono gli unici in grado di riempire gli scaffali delle librerie e di far arrivare i loro libri in tutte le
grandi catene di negozi. Ma non importa. La tecnologia ci aiuterà. Ben presto le organizzazioni e i sistemi si faranno più aperti e trasparenti. L’equilibrio di potere fra produttori e consumatori si farà più bilanciato. Più genuino. I nuovi legami saranno basati sull’autenticità. I mostri soccomberanno. Nel frattempo essere piccoli fornisce un grande vantaggio, la libertà di pubblicare cose autentiche e di non preoccuparsi del gusto del pubblico. Non faccio Senzapatria per il pubblico, non sto qui a domandarmi a quale tipologia di pubblico potrei rivolgermi, né al modo in cui rendere appetibili i miei libri, magari riempiendoli di baggianate adolescenziali, maghetti dai buoni sentimenti, vampiri e orchi cattivi, commissari di polizia dalle lucide intuizioni, montagne di sangue rappreso o sesso estremo. Niente di tutto questo, o anche sì (ma non necessariamente). Pubblicherò quello che mi sembra interessante. E basta. È semplice, e la semplicità non è necessariamente un problema.

Non crediate che non abbia ben presenti i rischi che una scelta del genere può comportare. Non solo li ho considerati, questi rischi, ma ho anche la presunzione di poterli superare. Ho un orizzonte da raggiungere, un fine da perseguire. Nell’immediato vorrei provare a fare qualcosa di diverso, guadagnare un po’, offrire alla gente i libri che amo, essere umano, e divertirmi mentre lo faccio. Guardando un po’ più in là mi piacerebbe avere un mucchio di gente intorno, che lavorando in Senzapatria guadagnino in media 8 euro all’ora, godano di ferie retribuite, mense aziendali, asili nido gratuiti per i figli, abbonamenti ai mezzi pubblici, biciclette e parcheggio gratuiti.

Non intendo dire che sono più etico di altri, ma che ho un sogno da realizzare. E vado a cominciare.

Carlo Cannella